24 giu 2014 La vera storia di Rasi e Spinelli
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La Resistenza a Cattolica si esemplifica, nella memoria collettiva, in un episodio: la tragedia di due ragazzi fucilati dai militi fascisti, Domenico Rasi e Vanzio Spinelli.

Questa storia ha inizio all’inizio dell’estate del 1944, quando il Battaglione “Goffredo Mameli” appartenente al Reggimento Volontari Bersaglieri “Luciano Manara” della R.S.I. (Repubblica Sociale Italiana), su disposizione dello stato maggiore dell’esercito fascista viene assegnato alle dipendenze del Korps Witthoft, da cui dipendeva il sistema difensivo antisbarco denominato “Galla Placidia” che si sviluppava lungo il litorale romagnolo. Il 24 maggio i bersaglieri del  “Mameli”, suddiviso in quattro Compagnie al comando del maggiore Leonardo Vannata, vengono dislocati sulla costa romagnola: la 1ª a Cattolica, la 2ª a Riccione, la 3ª a Gradara e la 4ª a Gabicce.

Nel giugno 1944 la situazione per le forze repubblichine appariva critica: vi erano già stati alcuni bandi che tra il 1943 ed il 1944 avevano cercato di costringere alla leva fascista i giovani appartenenti alle classi dal 1922 al 1925, con risultati deludenti. Dopo proroghe e rimandi il termine per la presentazione era stato stabilito per la fine del maggio 1944, scaduto il quale era prevista la fucilazione per i renitenti: i cesenati Domenico “Chino” Rasi, classe 1924, e Vanzio Spinelli, classe 1923, erano tra quei giovani che avevano risposto al bando. Spinelli, in verità, aveva tentato di sfuggire alla prima chiamata della leva fascista, ma poi era stato rintracciato e minacciato di morte qualora non si fosse arruolato. «Mo ‘sa fet Vanzio cun la camisa nira?» gli aveva chiesto un amico che l’aveva incontrato a Forlì i primi di giugno: «Eh! Par forza! Se no i m’ fucileva!», aveva risposto.

A poche settimane dal loro arrivo sulla costa, la cellula partigiana di Cattolica era riuscita ad entrare in contatto con due militi repubblichini, il sergente veronese Giovanni Castagna e il bersagliere torinese Giuseppe Pilotti –appartenenti alla 4ª Compagnia, la stessa di Rasi e Spinelli – organizzando la loro fuga assieme al trafugamento di un carico di armi pesanti. L’operazione era coordinata da Giuseppe Ricci, comandante dei GAP (Gruppi Azione Patriottica) cattolichini, con la collaborazione di Giuseppe “Pino”Ubalducci, Vilmo Piccioni ed altri.

Domenica 11 giugno Castagna e Pilotti si erano presentati presso uno dei presìdi dislocati nel territorio di Gabicce con un finto ordine di servizio che richiedeva il trasferimento di alcune armi pesanti: ubbidendo all’ordine, esse erano state consegnate caricandole su un motocarro a tre ruote procurato da Cristoforo  “Palìn” Galli.

Il motocarro, con la sponda ribaltata per occultare la targa, guidato da uno dei due militi con l’altro seduto sul pianale, invece di dirigersi verso la destinazione prescritta si era inoltrato a tutta velocità verso la campagna, secondo un percorso già ben pianificato, lungo il quale erano distribuiti alcuni partigiani con la funzione di indicare la strada. Appena oltrepassato il confine con San Giovanni In Marignano le armi erano state depositate nella proprietà del contadino Savino Lucchetti, sotterrandole vicino al greto del Tavollo, mentre i due fuggiaschi erano stati accompagnati in bicicletta da Galli a Schieti presso le forze partigiane.

La scomparsa dei due disertori e delle armi aveva reso il comando fascista furibondo e fatto scattare immediatamente l’allarme. Subito le indagini si erano concentrate verso tutti i proprietari di motocarri e verso i sospetti antifascisti, alla ricerca dei fuggitivi e dei loro fiancheggiatori, facendo scattare un esteso rastrellamento nella campagna circostante.

Il diciottenne Ivo “Bibi” Balduini, che utilizzava un simile motocarro nel suo lavoro per la Safras, impaurito dall’arrivo di un camion pieno di fascisti nella sua casa a Gradara scappò via, rimanendo latitante per 12 giorni. Decise di costituirsi solo dopo che venne minacciata dai fascisti la fucilazione del padre Mariano, presentandosi tuttavia ai carabinieri con un alibi credibile che gli consentì, dopo alcuni accertamenti, di essere rilasciato.

Svaniti i fuggitivi, il 14 giugno i bersaglieri attuarono un ampio rastrellamento nelle campagne circostanti: nella Valle del Picchio, situata tra Gradara e Pirano di Tavullia, essendo informati dell’esistenza di alcune famiglie antifasciste e della presenza di sospetti “partigiani” (che poi si scopriranno essere due ex prigionieri di guerra jugoslavi, “Antonio” Orsolic e “Marco” Penovic, ospitati come lavoranti dagli Uguccioni e dai Barilari). Fu così catturato il contadino Serafino Uguccioni, non prima di averlo pesantemente malmenato, provocandogli gravi fratture, ed ucciso accidentalmente con una fucilata il contadino settantenne Angelo Foschi, seminascosto in un campo di grano, mentre numerosi renitenti, antifascisti o semplici contadini si nascosero e scapparono. Alla fine del rastrellamento oltre trenta persone erano state catturate ed incarcerate presso il comando tedesco di Cattolica, interrogate e picchiate per circa una settimana ma poi rilasciate, scongiurandosi così il rischio di una ritorsione per aver collaborato con i partigiani. Parallelamente al rastrellamento il comandante Vannata aveva immediatamente messo sotto accusa numerosi militi della 4ª Compagnia, coinvolta nella fuga di Campagna e Pilotti: nella notte dell’11 giugno ben nove bersaglieri erano stati incarcerati senza spiegazioni, sottoposti a brutali interrogatori, terrorizzati con finte fucilazioni: i cittadini di Cattolica ancora oggi narrano delle urla di dolore che uscivano dalla finestra del carcere, posto nell’edificio dei Verni adiacente alla rocca malatestiana.

Tra tutti, Domenico Rasi e Vanzio Spinelli, grandi amici, appartenenti alla 4ª Compagnia, erano i principali indiziati, essendo stati segnalati per avere espresso apertamente, in caserma e in luoghi pubblici, idee critiche sul fascismo, su Mussolini, sull’andamento della guerra. Noi oggi sappiamo che a Cattolica i due militi avevano raccontato di aver partecipato ad un tiro al bersaglio… con una foto di Mussolini! Essi tuttavia, paradossalmente, continuarono a proclamarsi innocenti. Durante la detenzione un loro commilitone, Livio Degli Angeli, attuò una fuga dalla finestra, invitando i due amici a fare altrettanto, ricevendone un rifiuto; lo stesso Pilotti ebbe a dire successivamente che i due se gli avessero dato ascolto si sarebbero salvati.
Assieme ai due cesenati, furono posti in stato di accusa di fronte ad un tribunale di guerra delle S.S. tedesche i bersaglieri Ippolito Fontana, per aver sparato con un moschetto sull’effigie del Duce, e Cortesi, per aver cantato “Bandiera rossa”: tutti assieme accusati di disfattismo  nelle forze armate, intelligenza con i partigiani e propaganda sovversiva. Nei confronti di Rasi e Spinelli, in particolare, decisiva sarà la testimonianza dei due bersaglieri Di Poli e Antonio Baglioni, forse interessati anche ad ottenere benemerenze agli occhi dei superiori (Baglioni diventerà caporale), i quali portarono testimonianze personali della fede antifascista degli accusati, aggravandone la posizione. Il processo, dopo due sedute, giunse all’epilogo con la condanna a morte di Rasi e Spinelli e i lavori forzati in Germania di Fontana (due anni e sei mesi) a Cortesi (un anno).

Disperati, i famigliari avviarono, attraverso l’intercessione di alcuni influenti personaggi di Cattolica, anche una richiesta di grazia al capo del Governo della R.S.I., Benito Mussolini. Invano. La notte tra il 23 e il 24 giugno i due ragazzi – assistiti da Don Oreste Magnani – scrissero le loro ultime toccanti lettere dirette ai famigliari ed agli amici: dalle loro parole emergono sentimenti onesti, di chi si sente ingiustamente incolpato per aver semplicemente agito «da buon italiano», con fedeltà non alla propria divisa ma a ciò che essa avrebbe dovuto difendere ma invece distruggeva: il bene dell’Italia.

La mattina del 24 un triste corteo si avviò verso il luogo dell’esecuzione: davanti un mezzo entro il quale stavano i due condannati a morte, dietro i bersaglieri che intonavano i loro lugubri canti. Giunti nel cimitero, i due ragazzi furono allineati contro il grezzo muro interno della recinzione, in affaccio su un vasto spiazzo ancora vuoto di tombe nel quale fu schierato il plotone di esecuzione, tra cui erano alcuni cattolichini. Qui le testimonianze scritte non concordano: Cortesi afferma che il comandante del plotone, il sottotenente Giuseppe D’Antona, si rifiutò inizialmente di sparare, venendo costretto pistola alla tempia da Vannata; nelle memorie di un altro commilitone, Antonio Liazza, si afferma invece che a comandare il plotone fu il capitano Salvatore Scalia, che due mesi dopo diserterà tornando a operare per il SIM (Servizio Informazioni Militari) regio. Mentre i famigliari dei due ragazzi gridavano il loro dolore dal cancello chiuso, alle 7:30 partì la scarica dei fucili, udita da tanti. La notizia dell’esecuzione girò in un lampo, gettando l’intera città nella costernazione: molte testimonianze narrano di una commozione giunta sino al pianto per la sorte toccata a «due ragazzi».

Di li a poche settimane i bersaglieri del Mameli furono destinati altrove. Due mesi dopo Cattolica venne liberata e poco prima della fine della guerra, il 25 marzo 1945, le spoglie dei due ragazzi vennero esumate e, dopo una cerimonia commemorativa, traslate a Cesena. L’Amministrazione comunale, nel frattempo (sindaco Gino Morbiducci) aveva deciso intitolare il lungomare cittadino – già dedicato al fascista Ivo Oliveti – ai due ragazzi, nominandoli cittadini onorari; anche una nuova cooperativa di consumo prese il loro nome.

Dichiarati partigiani, la figura di Spinelli venne rivendicata dal Partito repubblicano ed inserito come partigiano appartenente (seppur virtualmente) alla Brigata Mazzini, operante in Romagna. Per ambedue il ciclo operativo come partigiani risulta essere riconosciuto tra il 20 e il 24 giugno: il loro essere partigiani viene così ad essere ricompreso nell’ambito temporale compreso tra il processo e la condanna, ad indicare il loro essere martiri del sopruso nazifascista.

Vannata, latitante, fu individuato nel 1946, incarcerato e sottoposto a processo per l’uccisione di Rasi e Spinelli presso la Corte di Assise Straordinaria di Forlì (di cui purtroppo non sono stati rintracciati gli atti) e condannato a 10 anni di reclusione – verosimilmente mai scontati in virtù delle tante amnistie susseguitesi.

La storia dei due giovani militi repubblichini diventati martiri partigiani offre spunti originali di riflessione: quello che appare è una sorta di antifascismo vissuto con leggerezza, come di chi giocando con la vita non si era reso conto cosa significasse essere dentro una meccanismo totalitario,  brutale,  spietato, in cui si era «colpevoli solo per aver pensato diversamente», in cui non erano ammesse discussioni nè opinioni, ma si poteva solo credere, obbedire e combattere. La condanna a morte è l’epilogo non di un atto reale ma di una drammatica presa di coscienza in cui i carnefici vengono perdonati in quanto – loro si – «giovani incoscienti»: i due ragazzi erano il sacrificio umano offerto al fanatismo nazifascista, la loro esecuzione il «valido monito» che doveva comunque essere dato, al di là della giustizia e della ragione.

«(…) la terra sabbiosa del lungo mare peserà come un onere insopportabile sul mio corpo,
ma tanto vale!!!»
(Domenico Rasi, notte tra il 23 e il 24 giugno 1944)

@MANIFESTO-ANPI-RASI-SPINELLI+

 Questo articolo è stato pubblicato sul mensile La Piazza del giugno 2014 a firma Maurizio Castelvetro. La storia è una ricostruzione basata su fonti bibliografiche, su documenti originali ed in parte su testimonianze orali. Si ringrazia Mario Castelvetro per la inedita documentazione reperita, Umberto Palmetti per alcune preziose ricerche svolte sul campo, Edo Conti ed altri cittadini di Cattolica per la testimonianza fornita.

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